AUTOREALIZZAZIONE COME VOCAZIONE: CRESCERE IL TALENTO PER ARRIVARE AGLI ALTRI

Autorealizzazione prima o dopo i bisogni primari?

Nel contesto pandemico in cui stiamo vivendo da mesi tra le parole più diffuse troviamo “emergenza” e “crisi economica”. Questo dipende chiaramente dal fatto che ciò che è accaduto interpella i bisogni primari dell’uomo, quali il bisogno di stare in salute, il bisogno di avere il cibo con cui sostentarsi e il bisogno di sicurezza che altro non è che la proiezione futura del soddisfacimento dei nostri bisogni primari (la fiducia di poter sopravvivere anche nel domani fondamentalmente attraverso il nostro lavoro).

Se prendiamo in considerazione la piramide dei bisogni di Abraham Maslow sembrerebbe che prima di tutto l’uomo debba soddisfare i bisogni fisiologici, di sicurezza, di appartenenza e di stima e fintanto che ciò non sia accaduto non potrà dedicarsi al bisogno che è al livello più alto della piramide: quello della propria autorealizzazione.

Ciò nonostante, mi hanno sempre colpito le storie di alcune persone storiche che, proprio in circostanze terribili, hanno trovato la forza di superare grandi avversità grazie ad uno scopo più alto della loro mera sopravvivenza; uno scopo per il quale sono stati disposti a mettere a repentaglio la loro vita per portare una luce nel mondo. I ventisette anni di reclusione di Nelson Mandela, gli anni di prigionia nei Lager di Viktor Frankl sono solo alcuni esempi. 

Frankl ebbe l’intuizione che la ricerca di senso è ciò che davvero tiene in vita le persone e verificò questa intuizione riscontrando che i prigionieri dei Lager che si orientavano verso il futuro attribuendo alla loro esistenza una missione avevano più possibilità di sopravvivere.

Frankl diceva: “quando diamo un senso alla vita, non solo ci sentiamo meglio, ma siamo in grado di affrontare il dolore.”

Secondo Frankl è proprio quando vengono a mancare i bisogni essenziali che diventa tanto importante accedere ad un livello superiore, il livello dell’autorealizzazione per Maslow, che diventa, forse ancora più degli altri, un bisogno “vitale” proprio perché distintivo dell’essere umano.

Dall’eudaimonia antica alla prestazione moderna

Soddisfare il proprio bisogno di autorealizzazione significa fare della crescita personale il nucleo centrale della propria vita. Per Maslow l’autorealizzazione è la propensione dell’essere umano a realizzare le proprie potenzialità. Lasciando da parte i bisogni fisiologici, che sono legati alla dimensione naturale, al livello dell’appartenenza e della stima sociale le motivazioni che ci guidano all’azione sono motivazioni prettamente esterne (ottenere affetto e stima dagli altri). Quando invece perseguiamo la crescita non lo facciamo per secondi fini, ma per il puro piacere di auto-svilupparci. Siamo mossi da una ricerca, da un desiderio di scoperta, dalla volontà di vivere una vita bella e significativa.

Gli antichi filosofi parlavano di eudaimonia per indicare la felicità intesa come piena fioritura dell’individuo che, coltivando le virtù, persegue il Bene, il Bello e il Vero e arriva così alla piena espressione del proprio potenziale. Proprio come un fiore che finalmente sboccia.

Nell’epoca moderna abbiamo progressivamente perso questo significato. La felicità è diventata benessere individuale, la crescita personale, in una società che punta tutto sulla performance, è diventata sforzo incessante per migliorarsi (fondamentalmente perché così come sei non “vai bene”), le virtù hanno perso il loro carattere etico e sono diventate talenti associati al successo personale.

Tutto questo però crea un grande inganno i cui effetti riscontro quotidianamente nella mia pratica come Life Coach. Le persone soffrono sempre di più rispetto alla loro autostima e si comportano come monadi isolate impegnate solo ad occuparsi del loro privato sostentamento fisico e psicologico: sicurezza, riconoscimento, affetto (e ritorniamo a Maslow). Tutto sembra di nuovo ripiegarsi sui livelli più bassi della piramide dei bisogni (a prescindere da pandemie in essere) e si è persa quella cornice di senso collettiva che dà valore ai nostri talenti nella misura in cui li mettiamo a servizio degli altri facendo del mondo un posto più bello in cui vivere. Ci troviamo in un contesto di ripiegamento sui livelli esistenziali in cui tanto più il focus è esterno tanto più diventiamo individualisti.  

Talento e apprendimento per trovare il senso

Proprio ora, quindi, diventa tanto importante volgere lo sguardo all’interno di noi stessi: l’unico vero posto dove possiamo recuperare la nostra verità di esseri in “connessione” e non in competizione con gli altri.  

Su uno dei problemi sopra citati, quello dell’autostima, Maslow diceva: “la storia della razza umana è la storia di uomini e donne che si sottovalutano”. E posso confermare che le persone che incontro sono bloccate da mille vorrei ma non posso…vorrei ma non sono capace…e non sono consapevoli delle proprie risorse interiori. Un coach quindi diventa uno specchio che aiuta a vedere queste risorse e soprattutto aiuta ad usarle!

La mia pratica di coaching di stampo filosofico-umanistico si basa su due pilastri (Talent&Learning Coaching: talento e apprendimento) dal momento che la mia missione è “accompagnare chi cerca un cambiamento a riconoscere e allenare i talenti personali che chiamano a realizzare la propria vocazione, vivendo una vita piena di significato e dando al mondo il proprio contributo unico”.

Nel mio percorso CALL TO TALENT mi impegno a far emergere i talenti delle persone, che spesso rimangono latenti, combattendo 3 teorie implicite che riscontro nel senso comune:

  1. il talento è una cosa per pochi fortunati (come Maradona per intenderci) e conduce alla propria autoaffermazione;
  2. il talento è un “affare individuale”;
  3. il talento è una cosa naturale e quindi facile.

A queste teorie io oppongo questi dati di realtà che potenziano ciascuno di noi nel fare le nostre scelte:

  1. il talento lo abbiamo tutti ed emerge fin da bambini (se abbiamo dubbi sui nostri talenti chiediamo ai nostri genitori, alle persone che ci hanno allevato e che ci sono state più vicino);
  2. il talento parla della nostra vocazione: quell’attività “giusta” per noi, che dà significato al nostro lavoro e che porterà un valore aggiunto agli altri;
  3. il talento va allenato e c’è bisogno di impegno e disciplina per trasformarlo in competenze. Trasformare talenti in competenze richiede apprendere nuovi contenuti, nuove strategie, spesso significa proprio rimettersi a studiare (per questo talento e apprendimento vanno di pari passo).

Solo legando il talento alla nostra vocazione, intesa come servizio al mondo, ritroviamo quell’orizzonte di senso che ci permette di affrontare le fatiche della giornata; cosicché anche nei momenti più bui avremo una luce ad illuminare il nostro cammino. Una luce accesa non dall’orgoglio di primeggiare, ma da un’”umiltà potente”. Quell’”umiltà potente” per cui so di poter fare solo la mia piccola parte e nello stesso tempo so che non c’è nessun’altra persona al mondo che potrà fare questa piccola parte al posto mio.

Lasciamoci ispirare dalle parole di Frankl: “ho trovato il senso della mia vita aiutando gli altri a trovare il significato della propria.”

In questo tempo di pandemia Frankl ci insegna che se non possiamo cambiare le circostanze sfavorevoli possiamo però cambiare il modo in cui vediamo le circostanze e possiamo ripartire da noi, dai nostri talenti, dalle nostre potenzialità, dalla chiamata a dare un senso alla nostra esistenza per noi stessi e per gli altri. Auguro a ciascuno di noi che questa pandemia che ha cambiato il mondo non passi senza aver cambiato prima di tutto noi stessi.

di Sara Labanti – Talent&Learning Coach

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